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[ARCHEOLOGIA]Crociere Romane

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ARCHEOLOGIA

Crociere romane

A Pisa aperto al pubblico lo scavo che ha portato alla scoperta di antiche navi romane in un porto, o meglio un approdo sul braccio interno (che non c'è più), in collegamento col mare, di un fiume che potrebbe essere l'attuale Serchio (l'Auser romano) o l'Arno. Una visita straordinaria

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Pisa - Pisa non è soltanto la città della Torre e di "Piazza dei Miracoli". E' la città della Torre, di "Piazza dei Miracoli" e delle "Navi antiche". Dal 1999-2000 quando ci si è accorti di quello che stava venendo fuori dallo scavo di Pisa San Rossore, a circa 500 metri in linea d'aria dalla Torre, in un posto in cui le Ferrovie avrebbero voluto costruire un centro di controllo della linea tirrenica. Un ritrovamento che non ha confronti nella storia dell'archeologia navale (e forse dell'archeologia, dentro e fuori Italia). Che capita una volta al secolo.

Ora questo scavo è stato aperto regolarmente alle visite del pubblico, con certe precauzioni di sicurezza (solo visite guidate), solo su prenotazione, almeno una settimana prima del giorno scelto, apertura solo tre giorni, venerdì, sabato mattina e lunedì. C'è anche la prima guida (edita dalla Electa): peccato la mancanza di un glossario con tutti quei termini tecnici, in particolare navali.

Le procedure di visita non sono semplicissime, ma bisogna ricordare che è uno scavo "in corso" e "destinato a durare un numero ancora indefinito di anni" come ha osservato Angelo Bottini, allora a capo della soprintendenza archeologica della Toscana che si trovò a gestire questo straordinario dono dell'archeologia capitato nel posto sbagliato (il direttore sul campo fu Stefano Bruni, passato all'università, ora Andrea Camilli). Con archeologi e restauratori alle prese con uno dei materiali più evanescenti quando viene portato in superficie (il legno), con una "produzione" archeologica sovrabbondante, imbarazzante (solo le anfore superano il migliaio). Che non è soltanto uno scavo, ma un centro di restauro del "Legno bagnato" (e di formazione di restauratori, in collaborazione con istituti italiani e stranieri), una parziale esposizione dei materiali in attesa del grande "Museo delle navi" allo studio negli arsenali medicei sul lungarno di Pisa progettati dal Buontalenti. Che è sotto gli occhi degli archeologi di tutto il mondo che vogliono vedere da vicino, giudicano. E infine, il che dà il tocco dell'"effetto speciale", lo scavo (circa settemila metri quadri) si trova in un posto di terra che assomiglia più ad un posto d'acqua. Ad una piscina a sette metri di profondità, sotto il livello del mare, tanto è vero che viene tenuta all'asciutto da un sistema di pompe continuamente in funzione.

Le "Navi antiche di Pisa". Un porto, meglio un approdo sul braccio interno (che non c'è più), in collegamento col mare, di un fiume che potrebbe essere l'attuale Serchio (l'Auser romano) o l'Arno. Con tutto un mondo, che parte dall'epoca etrusca e finisce al 400 dopo Cristo. Una "flotta" di almeno trenta fra imbarcazioni più o meno integrali, spesso una sopra l'altra, relitti o parti, che vanno dal II secolo avanti Cristo

all'epoca tardo-antica, circa V secolo dopo Cristo. Con il legno in uno stato eccezionale di conservazione grazie ad un ambiente particolare: umidità, limo-sabbie che hanno come sigillato, in assenza di ossigeno, gli scafi, i legni sparsi e gli altri materiali organici impedendo l'inizio del processo di decomposizione.

Un mondo drammatico, non la vita sonnacchiosa di un approdo interno anche se qui arrivavano navi dall'Africa, dalla Spagna, dalla Campania. Drammatico perché per almeno cinque volte fu invaso e squassato dalle catastrofiche alluvioni di acqua e sedimenti che l'Arno, allora a poca distanza, spargeva attorno. Dalla fase ellenistica (II secolo avanti Cristo) all'età tardoantica.

In quelle alluvioni le navi venivano capovolte, perdevano il carico, erano buttate le une sopra le altre, ricoperte di limo, come poi gli archeologi le hanno trovate, quasi intatte o ridotte a relitti. Tutto veniva rimescolato e mischiato, navi, carichi, vegetazione, costruzioni sulle rive. Chi era sulla coperta veniva buttato in acqua, magari in compagnia di un cane bassotto che tentava di salvare, e affogavano tutti e due perché finiti sotto lo scafo capovolto o il carico rovesciato e il marinaio, anche se alto e forte, veniva trattenuto sott'acqua da un paletto.

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Tutti accidenti che sono manna per gli archeologi perché ci hanno fatto arrivare due scheletri completi e "in connessione" come dicono gli specialisti, non ossa singole, in balia alle correnti, come di altri nove individui. Uno è lo scheletrino incompleto di un neonato, infilato in un'anfora a cui era stato tagliato il collo per farne una sepoltura, caduto in acqua mentre forse veniva trasportato in barca ad una delle necropoli nei pressi del porto.

Un mondo che copre ogni aspetto della vita quotidiana di navi, equipaggi e passeggeri, carichi. Materiali normali. Cordame in quantità (attrezzature di bordo, cime, gomene, sartie). Tre ancore (una di pietra che potrebbe essere un peso di zavorra, una grande di legno ed una di ferro). Manufatti in fibre vegetali (integri) come borse, cesti, stuoie. Anfore, spesso con un residuo di contenuto, e coperchi di dolia. Tre suole di zoccoli, pettini e pettinini, tutti di legno. Migliaia di ossa di animali soprattutto di maiali, poi buoi, pecore e capre, qualche cavallo e parecchi cani. Manufatti in cuoio. Molti chiodi di bronzo (in ottimo stato di conservazione), anelli, bracciali, fibbie, un cucchiaio con lamina d'oro e un mestolo con tracce di doratura. Ceramica a vernice nera. Ceramica sigillata decorata. Boccali di impasto. Lucerne. Balsamari, bruciaprofumi. Monete fra cui una dalla asiatica Bitinia, con un foro che fa pensare ad un ornamento da appendere o ad un talismano da inchiodare sull'albero per auspicio di buona navigazione. Vetri (fra cui una brocca con una raffinata applique in vetro fuso di una maschera teatrale; coppa in vetro spesso giallo ocra; coppe a matrice costolate, anche integre, color verdedeazzurro, ambra scuro; frammenti di coppe a nastri policromi, di particolare pregio come quelli di un piatto di colore blu intenso).

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Materiali ancora normali come quelli medico-chirurgici: tre spatulae (sonde) di bronzo e cuchiai, e una fibula d'oro. Materiali eccezionali come spille e spilloni in osso o corno completi o sbozzati (uno con testa antropomorfa), pomelli di impugnatura di coltello, e la parte anteriore del mascellare sinistro di una leonessa con un canino lungo quasi nove centimetri.

Per non mandare alla malora quei legni straordinari (e gli altri materiali organici) si sono scoperte man mano piccole parti, poi ricoperte da un sottile guscio di vetroresina che limita l'afflusso di ossigeno, li ripara dalla luce e mantiene una umidità costante. Per l'imballaggio e il sollevamento delle navi integre al luogo del trattamento, è stata adottata la tecnica (anche discussa, ma dagli "ottimi risultati") "a guscio chiuso". Gusci stagni di vetroresina rinforzata in cui gli scavi vengono impregnati con glicole polietilenico. Prossimamente si applicherà uno sviluppo di questo metodo. Sui materiali si interviene con una essiccazione controllata (l'acqua viene sostituita da soluzioni di impregnanti) o per liofizzazione. Le imbarcazioni vengono completamente immerse in vasche con liquidi che evitano la crescita di microrganismi, funghi, prima di passare all'intervento vero e proprio.

Nove le imbarcazioni pricipali. La nave "A" è quella che è stata trovata per prima, nell'angolo N-E dell'area di scavo. Si tratta di una oneraria di dimensioni medio-grandi databile al II secolo dopo Cristo ed è l'"ammiraglia" della "flotta" trovata a San Rossore. Con una complicazione perché metà è stata (inconsapevolmente) tagliata dalle paratie metalliche quando è stato delimitato il cantiere, si trova quindi al di là delle paratie ed è ancora da indagare.

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Fra le ceramiche di uso quotidiano a bordo sono stati trovati frammenti di una brocchetta da mensa, tegami, piatti e coperchi, boccalini a parete sottile e una coppa di terra sigillata africana. Del carico facevano parte un'anfora del tipo Forlimpopoli (per il vino), due anfore del tipo Gallica (ancora per il vino e probabilmente anche per la salsa di pesce che entrava in una leccornia dai forti sapori di cui i romani erano ghiotti, il "garum"), tutte parzialmente ricostruibili. In una delle anfore galliche c'era un abbondante residuo, probabilmente conserva di fichi a dimostrazione che le anfore per il vino servivono per altri trasporti.

I vari tipi di ceramiche ci fanno intuire la possibile rotta della oneraria: dall'alto Adriatico alla costa africana, passando per lo stretto di Messina e risalendo la penisola iberica, con scalo nella Gallia Narbonense fino al capolinea, Pisa.

Nella parte dello scavo opposta alla nave "A" si trova la cosiddetta nave "ellenistica" o meglio le parti di una imbarcazione letteralmente sciolta perché naufragata, travolta da una alluvione, sballottata dalle correnti e che ha perso i pezzi in un'area molto vasta, forse anche "cannibalizzata" in parte per essere riutilizzata perché quel tipo di legname era prezioso.

La denominazione deriva dalla datazione ai primi decenni del II secolo avanti Cristo.

L'esame delle parti recuperate ha fatto ricostruire una sezione corrispondente a circa metà dello scafo dalla quale si ricava una lunghezza complessiva di circa 14 metri, una larghezza sui 4,50 con un peso dello scafo di 12 tonnellate e un tonnellaggio complessivo di 42 tonnellate. Lo scafo aveva un fondo piatto ampio e le fiancate studiate per dare il maggior spazio possibile al carico, circa tre tonnellate e mezzo (un riporto in piombo su un pezzo curvo fa pensare che lo scafo sia stato riparato). Caratteristiche di una nave da piccolo cabotaggio. Numerosi oggetti di bordo di origine iberica (di un equipaggio di quattro persone), fanno pensare ad una nave proveniente dalla Spagna. Ci sono vasi per conserve a forma di cilindro rovesciato (kalathoi), dipinti con semicerchi concentrici, chiamati "sombreri de copa".

Il carico era costituito da circa 300 anfore greco-italiche. In mezzo a questi frammenti sono state trovate molte ossa di spalle anteriori di suino, anzi quasi tutte scapole della spalla destra. Probabilmente la nave aveva un carico di prosciutti di prima qualità perché la parte destra del maiale è quella considerata di prima scelta in molte regioni d'Italia. Qui è stato trovato anche l'osso pertinente alla leonessa, probabilmente di importazione africana: una bestia importante (e costosa) destinata ad uno spettacolo importante. Era insieme alle ossa di tre cavalli, altra merce pregiata.

Fra i pezzi della nave sono state anche ritrovate otto tavole lunghe due metri e 40 e due travetti scanalati paralleli in abete, che potrebbero far parte di una passerella mobile da nave.

Il relitto "B" è di una nave da trasporto di medie dimensioni (larga circa quattro metri), trovata inclinata su di un lato e attualmente in corso di scavo. Conservava ancora parte del carico per la maggior parte composto da anfore di provenienza adriatica e iberica (Spagna del Sud), reimpiegate per il trasporto di conserve di frutta.

Questa nave ha riservato la scoperta più drammatica. Sotto il carico e il fasciame, sono state trovate ossa umane schiacciate e lo scheletro di un piccolo cane. L'individuo è stato identificato dalle analisi sulle ossa per una persona di 40-45 anni, alta un metro e 70, una statura notevolmente superiore alla media italica dell'epoca tanto che si è pensato ad un uomo del Nord. Un marinaio come lasciano capire la possente struttura delle braccia e i tendini dei muscoli e la particolare usura dei denti superiori anteriori (lavorazione di corde). Marinaio e cane (un bassotto) sono caduti in acqua per l'inclinazione della barca su di un fianco per gli sbandamenti provocati dall'alluvione, e sono morti annegati, perché non sono riusciti a liberarsi da sotto il carico e il fasciame. Il marinaio è stato anche bloccato da un paletto. Per fortuna degli archeologi il fatto di trovarsi in acqua e sotto la pressione del sedimento, ha garantito una perfetta fossilizzazione dello scheletro. Il bassotto era alto sui 33-35 centimetri, gambette storte e corte.

Alcune anfore piene di sabbia di provenienza campana sono un bel rompicapo perché potrebbe essere sabbia fine utilizzata in palestra dagli atleti per sgrassare il corpo o sabbia mescolata all'argilla per crogioli di fusione. Unica cosa certa la provenienza della nave dalla costa campana come confermano anche le numerose pietre di zavorra di origine vulcanica.

La nave "C" ( trovata ad una certa distanza dalla precedente), è fra le più importanti per l'eccellente stato di conservazione e le caratteristiche, una grossa barca fluviale veloce, lunga circa 14 metri, del I secolo dopo Cristo. E' stata trovata ancora ormeggiata ad un palo con una cima attorcigliata alla bitta di prua. Quasi tutti i principali elementi costitutivi sono riconoscibili: dalla chiglia alle ordinate, alla scassa dell'albero (che era mobile, cioè abbattibile), al bordo della murata e alle bitte di prua. Di ogni parte strutturale è stato identificato il tipo di legname, almeno sei. La chiglia è di leccio (legno duro e molto resistente alla trazione), il fasciame essenzialmente di pino, le ordinate di fico, frassino, leccio, olmo, ontano e pino. Sono tutti tipi di legname reperibili nella zona di Pisa, ad eccezione del fico. Parte del fasciame, dell'opera viva ha tracce di vernice rossa e bianca. Per lo stivaggio del carico, per tenere ferme le anfore e nello stesso tempo assicurare un certo gioco ed evitare le rotture, sono stati usati rametti dalla potatura della vite.

Lo scafo aveva sei banchi di voga per i rematori (cinque superstiti), in corrispondenza dei quali ci sono i fori per i remi con gli scalmi ben riconoscibili. Una serie di piccoli chiodi in bronzo attorno ad ogni foro doveva tenere fissati dei pezzi di cuoio (che sono stati ritrovati) per proteggere, come una sorta di manicotto, i bordi o per evitare che gli spruzzi d'acqua penetrassero nell'imbarcazione.

Ma le sorprese non sono finite. Sul primo banco dei rematori è fissata una assicella con una iscrizione incisa. L'iscrizione, sinistrorsa e in caratteri greci riporta il nome ALKDO (Alkdo) ed ha fatto lavorare un po' gli archeologi perché non si tratta di un nome greco, ma della trascrizione in caratteri greci della parola latina alcedo (gabbiano). Questo sembra l'unico caso di attribuzione certa del nome di una imbarcazione se si escludono raffigurazioni graffite o su mosaici.

All'esterno due cinghie squadrate parallele rinforzavano la struttura. Il tagliaflutti della prua, in perfetto stato di conservazione, è ricavato in un unico blocco di quercia, rivestito di una lamina di ferro e rinforzato da chiodi di bronzo; il fasciame era inchiodato negli incassi laterali dello stesso tagliaflutti. Dalla prua sporgevano due bagli corti che nelle navi più grandi sostenevano le ancore per la sosta. Fra gli elementi del fasciame sono state analizzate resine miste a cera da applicare a caldo, per il calafataggio degli scafi.

Vicino alla sponda dell'antico canale affondò e si capovolse in acque non profonde, la nave "D" di epoca tardo-antica (circa V secolo dopo Cristo), lunga sui 14 metri e larga 6. Aveva un albero per la vela anche se spesso barche di questo tipo erano trascinate dalla riva, per mezzo di animali. Dell'imbarcazione si conserva solamente l'opera morta, anche qui la chiglia fu probabilmente recuperata in antico. Parte del fasciame, non sigillato dalla sabbia, è deperito fino a scomparire.

I settori di poppa e di prua sono delimitati da paratie e coperti dal ponte, provvisto di una piccola apertura per il passaggio sottocoperta. La parte centrale della nave, scoperta, presenta entrambe le murate più alte rispetto alle estremità. Vicino alla poppa si conserva una sorta di gavone, forse per la pompa di sentina, per svuotare l'acqua penetrata nello scafo. Questa nave ha alimentato la speranza che si trattasse di una nave militare il che ne avrebbe aumentato enormemente la preziosità. Si tratta invece di una nave per trasporti eccezionali come blocchi di cava.

Nella stessa zona è stato trovato un tronco semilavorato e forato (uno dei numerosi scoperti nello scavo). Il foro doveva servire a legare i tronchi e a metterli a rimorchio delle imbarcazioni. Una tecnica di trasporto naturale e antica anche per quel tempo: gli archeologi ci ricordano che i fenici la praticavano tre secolo prima. D'altra parte, come scrive Strabone, Pisa era famosa nell'antichità per l'industria del legname, per costruire navi e palazzi (di Roma). Anzi l'opera di disboscamento viene considerata una causa delle alluvioni dell'Arno che hanno coinvolto pesantemente la zona di Pisa e l'approdo di San Rossore.

La "E" era una seconda nave oneraria, trovata a poca distanza dalla precedente, anch'essa inclinata su di un fianco: il carico era costituito da anfore ispaniche, insieme a materiali di origine sud-gallica e forse corsa. Lo scafo ha tracce di vernice bianca. A lei appartiene la grande ancora di legno, dalla forma a punta di freccia, il cui fusto è stato trovato spezzato.

La prima imbarcazione per acque interne scoperta, la barca "F", databile al II secolo dopo Cristo, ha la forma affusolata di una piroga, lunga circa 9 metri, con il fondo regolarizzato da uno stretto tavolato fissato alle ordinate. La barca era quasi interamente in legno di quercia. La fiancata meglio conservata presenta l'inserto per uno scalmo e questo fa pensare ad una manovra a spinta, con una pertica, per spostamenti sul fiume o sulle paludi. Prua e poppa erano realizzate con blocchi di legno appositamente scolpiti. Questa "piroga" è stata trovata in parte sopra la seconda nave oneraria.

"Nave" da traghetto, ampio barcone a fondo piatto con prua rilevata, è stata definita la nave "G", della quale è stata scavata solo la prua (ma sufficiente a definire l'intera lunghezza di circa 9 metri). La prua si sovrappone alla nave "B", il trasporto di medie dimensioni.

La "H" è un barchino, una piccola imbarcazione a fondo piatto con fiancate basse e dritte, mossa da una stanga o a remi. E' stata trovata in pezzi, ma facilmente ricostruibile. "Estremamente interessante" è che l'imbarcazione sia sostanzialmente analoga ai barchini tuttora utilizzati nelle zone paludose toscane, in particolare nel padule di Fucecchio.

(GOFFREDO SILVESTRI)

Notizie utili - Apertura al pubblico del cantiere delle "Navi antiche di Pisa" e del "Centro di restauro del legno bagnato". Via Ranuccio Bianchi Bandinelli, senza numero civico (già via Andrea Pisano, 64a). Solo con visite guidate e su prenotazione (per la prenotazione occorre almeno una settimana di preavviso), nei giorni di venerdì, sabato mattina e lunedì. Per informazioni e prenotazioni 055-3215446 (dal lunedì al venerdì ore 9-13); fax 055-3218017; info singoli 6 euro, bambini sotto ai sei anni con i genitori entrata gratuita; per i singoli si devono formare gruppi di almeno 10 persone (massimo 25) e i gruppi verranno formati dagli operatori sulla base della disponibilità; scuole 45 euro; gruppi preformati 55.

L'apertura è in collaborazione fra soprintendenza archeologica della Toscana e Comune di Pisa. La visita comprende un percorso di sicurezza con vista dello scavo, la proiezione di un audiovisivo, la visita dei laboratori di restauro e l'illustrazione delle tecniche di scavo, conservazione, e studio dei reperti lignei tramite radiocarbonio e dendrocronologia, e una piccola esposizione di materiali da poco scavati o restaurati. Prima guida Electa della soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana "Le navi antiche di Pisa" a cura di Andrea Camilli (direttore e progettista del cantiere) ed Elisabetta Setari.

(4 gennaio 2006)

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